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Addio Fantozzi, ragioniere della felicità ma non della fortuna

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Italia in lutto per la scomparsa di Paolo Villaggio: Gioconewsplayer.it lo saluta e ricorda con la sua intervista alla rivista Gioco News.

Il Paese intero piange la morte di Paolo Villaggio, l'artista genovese che ha fatto la storia del cinema italiano, con i suoi tanti immortali personaggi, sui quali spicca ovviamente quello del ragionier Ugo Fantozzi.

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, come chi scrive, ne ricorda, ancora sorridendo pur con la nostalgia e l'amarezza dell'addio, la mente acuta e poliedrica, e quel suo modo surreale e divertente di dipingere, non solo sugli schermi, la vita di tutti i giorni.

Gioconewsplayer.it ha scelto dunque di salutarlo e omaggiarlo riproponendo l'intervista che Villaggio aveva rilasciato alla rivista Gioco News in occasione della sua esibizione al Casinò Campione d'Italia, dove aveva presentato la sua piéce teatrale "Il peggio della mia carriera" e nella quale era proprio partito da lui, da quel ragionier Ugo che ne "Il secondo tragico Fantozzi" aveva accompagnato, sì, lo scaramantico Mega-Direttore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara a giocare al Casinò di Montecarlo, ma che di suo non ci sarebbe mai andato. "Se avessi pensato che giocare fosse un difetto, glielo avrei sicuramente attribuito – raccontava Paolo Villaggio - ma il mio personaggio, come me del resto, si è sempre tenuto abbastanza alla larga dal gioco. A parte la sua passione per il totocalcio, che lo porta a giocarsi anche i mobili di casa… Fantozzi non si fa mancare la sua schedina con i colleghi ma proprio la volta che sarebbe stata quella vincente la moglie, per guarirlo dal vizio, non gliela gioca! È un po’ lo stesso tema, quello della fortuna mancata per poco, che ho anche riproposto nel film ‘Ho vinto la lotteria di Capodanno’”.

Senza il Duca Conte, per sua fortuna, Paolo Villaggio era però tornato spesso nelle case da gioco d’Italia e all’estero e nella sua piece teatrale aveva tracciato un bilancio della sua vita, alla vigilia degli ottant'anni (era il 2012). Nel ricordare il fratello gemello Piero, Villaggio aveva sottolineato: "Non siamo gemelli monozigoti, piuttosto molto diversi: lui per esempio è professore di matematica alla Normale di Pisa mentre io sono io, uno che non pensava di arrivare a ottant’anni. Ma comincio a sospettare che la vita nell’ultimo secolo si sia allungata di almeno vent’anni… e di sessanta rispetto ai tempi di Giulio Cesare… ma forse non è esatto dire questo, visto che lui è morto ammazzato! Tornando al gioco, devo ammettere che non so neppure giocare a briscola, né ho mai tentato la fortuna con i gratta & vinci oppure con il Superenalotto. Sono stato diverse volte al casinò, tra Campione, Sanremo, Venezia, ma mai ho giocato dieci lire. Né io né mio fratello: credo che sia un fatto di famiglia visto che di solito i figli seguono l’esempio del padre. Io ho avuto fortuna nella vita, ma ho la sensazione che i giocatori non hanno avuto grandi soddisfazioni nella loro, e allora sperano nella botta di fortuna. Penso a un mio vecchio compagno di scuola, che puntava su tutto, dalle corse dei cani e quelle dei topi se esistessero…. puntava soprattutto in Inghilterra, dove davvero si può scommettere su tutto. E visto che aveva la fama di essere un perdente, gli amici si accodavano e scommettevano esattamente all’opposto di come faceva lui: tanto era certo che le sue previsioni erano sempre sbagliate!”.
Un consiglio, valido allora come ora, su gioco e fortuna, e sul fatto che non bisogna fare su di essi troppo affidamento: "Non hanno niente a che vedere con le vere qualità delle persone… io non credo che Leonardo da Vinci giocasse alle tre tavolette, e neppure di Obama o Marchionne penso che giochino molto!”. Eppure, il caustico e acuto attore non nascondeva che il gioco, in sé, ha delle qualità: “Penso ai giochi di abilità, come il bridge, o al poker, che ora è diventato un vero fenomeno anche dal punto di vista televisivo. Piuttosto non mi piacciono i giochi sempre uguali a se stessi, o quei giochini che vanno in onda di pomeriggio in tv e che non riflettono altro che un’ignoranza paradossale. Tutta propria dell’Italia, che ha importato dall’Inghilterra l’amore per il gioco, ma non quell’ironia british che ha fatto sì, per esempio, che anche la regina Elisabetta volesse essere protagonista della cerimonia inaugurale dei giochi olimpici di Londra”.
 
 
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