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Dodi Battaglia: 'La fortuna non mi volta mai le spalle!'

  • Scritto da Amr

Dodi Battaglia confida a Gioco News le sue più grosse soddisfazioni artistiche e i sogni da far uscire dal cassetto.

Una vita per la musica, come storico componente dei Pooh, dei cui brani, oltre che chitarrista, è stato in larga parte compositore. Non è certo tempo di bilanci finali, per Dodi Battaglia, tuttora sulla cresta dell'onda e ospite qualche tempo fa al Casinò Perla di Nova Gorica, ma è il momento di raccontare come questa sua carriera sia culminata in un prestigioso riconoscimento: la laurea honoris causa in chitarra elettrica jazz: quali emozioni si provano di fronte a un riconoscimento del genere?

“È stata una delle più grandi emozioni della vita, dopo la nascita dei miei figli. Innanzitutto sono stato l'unico musicista a ricevere una laurea honor causa: di solito esse vengono date dalle università e non dai conservatori ed è quindi un grande riconoscimento. Poi però mi sono informato e un altro musicista ha ricevuto tale laurea.... però non come strumentista, ma come compositore. Sto parlando di Ennio Morricone. Sono in buona compagnia! Al di là dell'orgoglio e della soddisfazione personale, ciò significa che il mondo delle istituzioni e dei conservatori apre a uno come me, che ha studiato all'università del plalcoscenico e che rappresenta la musica popolare. Questi due mondi sono sempre più vicini e chi frequenta un conservatorio può dire che un giorno può salire su un palcoscenico, così come, al contrario, ho fatto io”.

Cosa vorrebbe dire ai giovani che intraprendono oggi una carriera artistica? Quali sono le carte che si devono giocare?

“Unica cosa a cui posso fare riferimento è la differenza il momento attuale e quello in cui ho iniziato a fare il mio mestiere. Oggi tutto è diventato più impersonale. Chi fa musica dialoga più con il computer e con internet che con i musicisti. Io invece ho passato una vita con i colleghi musicisti. Prima di fare qualsiasi cosa facevo sentire loro quello che avevo inventato, così da avere un riscontro diretto. E questo, guardare negli occhi chi hai davanti, è molto importante, prima di salire sul palcoscenico”.

Come mai, a suo modo di vedere, Bologna ha dato i natali a tanti musicisti, tra cui a lei?
 
“Probabilmente sono tante le ragioni e si perdono nei tempi. La mia lettura è questa: Bologna è al centro di una regione che è sempre stata storicamente patria delle balere, chi faceva musica per professione ci viveva e non aveva bisogno di lunghi spostamenti per potersi esibire. Questo ha alimentato una maniera di porsi nei confronti della musica più semplice e naturale, e dato la possibilità a molti di fare una professione di una passione”.
 
Casinò stranieri e grande musica italiana. Come vede questa accoppiata?
 
“Se è vero che per esempio in lingua inglese suonare si dice play, nei casinò trovo questa perfetta somiglianza. Sono orgoglioso di essere andato al Perla, dove peraltro ero già stato. Si tratta di un ambiente bellissimo e accogliente, dove trovo un pubblico attento. E vedo sempre di buon grado quando la musica italiana va al di là dei territori nazionali!”.
 
Le capita di andare a giocare nei casinò e se sì a cosa e con quali esiti?
 
“Sinceramente non sono un grande frequentatore di casinò ma mi capita di andarci quando vado a suonare ad Atlantic City, in New Jersey, o anche in California o in Italia. Anche se non sono assiduo, ogni volta che ho tentato la fortuna, non mi ha mai voltato le spalle. Preferiscono soprattutto la roulette francese, mentre a casa mi piace giocare a Scala Quaranta con moglie e figlia”.
 
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