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Cammarelle: 'Boxe, una passione di famiglia'

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Il campione olimpico di boxe Roberto Cammarelle tra ring e fortuna: 'Ma nel pugilato conta soprattutto al momento dei sorteggi'.

Un supermassimo nella boxe e nella vita, affrontata con entusiasmo, impegno e senza contare troppo sulla dea bendata. Ecco a voi Roberto Cammarelle, pugile italiano impegnato nei Campionati Italiani Assoluti Elite maschili e femminili di Pugilato andati in scena, pardon sul ring, nei mesi scorsi presso la Palestra Comunale Palabrumatti di Gorizia, e “coccolato” nei momenti di riposo al Perla Casino & Hotel di Nova Gorica.

“La mia passione per la boxe è nata a Milan, per sbaglio”, racconta ridendo. “Dovevo dimagrire e visto che un maestro di pugilato era un amico di famiglia, mio padre propose a me e a mio fratello di allenarci con lui. Quanto all'ispirazione, mi è sempre piaciuto Muhammad Ali ma, avendo iniziato a gareggiare negli anni Novanta, il mito da emulare era l'allora campione del mondo Mike Tyson. Volevo diventare un campione, ma anche ricco e famoso come lui!”.

Le è mai capitato di garaggiare su un ring allestito in un casinò, italiano o straniero?

“In uno italiano non ancora, in quanto, quando con la squadra siamo andati al Casinò Campione d'Italia, quella avversaria non aveva un pugile della mia categoria da oppormi. Ma ho fatto un'esperienza in un casinò di Reno, in Nevada, combattendo contro gli Stati Uniti. Come squadra non abbiamo vinto, ma mi è piaciuto molto lo stesso andare. È un ambiente strano, il casinò. Non so se in Italia è lo stesso, ma vivi ovattato in un altro mondo, c'è luce artificiale tutto il giorno e gente che gioca di continuo! Per noi era strano fare la vita d'atleta: alzarsi mangiare, allenarsi, senza distinguere con esattezza a che punto della giornata si era, dal momento che stavamo sempre al chiuso”.

Nella sua vita ha vinto diversi ori. Quale è stato quello che l'ha emozionata di più?

“Senza dubbio quello alle Olimpiadi di Pechino del 2008, l'oro che mi ha fatto conosce alla massa. Chi ricorda me, ricorda il campione olimpico ed è inevitabile essere legato a quella vittorio. Ma è stato bello anche vincere un mondiale in casa, a Milano, come pure a Chicago, davanti a Muhammad Ali... beh, anche quella è stata una straordinaria vittoria!”.

Nella boxe ha un qualche valore la componente fortuna?

“Come nella vita, anche nello sport, quindi anche nel pugilato, la fortuna ha una sua importanza. Però bisognerebbe diminuirla sempre di più, lavorando per bene e cercando di abbassare la percentuale di questo parametro. Nella boxe non puoi sperare di essere fortunato, ma devi programmare la vittoria! Ovviamente, poi, un pizzico di fortuna aiuta, anche perché se non ce l'hai tu ce l'ha il tuo avversario, e quindi devi augurarti di averla dalla tua parte. Ripeto, nel pugilato la fortuna non conta molto, anche se nelle competizioni olimpiche ha un ruolo maggiore, al momento dei sorteggi: è molto meglio che incontrare prima gli avversari più facili e poi alzare il livello, che dover affrontare il più forte al primo turno”.
 
Lei in generale si sente una persona fortunata, nella vita e al gioco?
 
“Nella vita sono fortunato, nel gioco no. Anche perchè non gioco molto e soprattutto nel caso delle scommesse, non me la cavo molto bene. Vado meglio nei giochi più classici italiani, come la scopa o il tressette, dove c'è una componente di abilità e bisogna conoscere le regole e i trucchetti. Un po' come accade anche nel gioco del poker”.
 
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