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Dalla comicità al gioco, 44 anni di carriera per 'quei' Gino e Michele

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Michele Mozzati racconta le sue incursioni giocose ma prudenti a Las Vegas, dove “kitsch si fa arte” e gli spettacoli teatrali sono da non perdere.

Una coppia artistica inossidabile, che continua a farci ridere riflettendo. È quella formata da Luigi Cignali e Michele Mozzati, alias “quei” Gino e Michele che hanno fatto la storia della satira e della comicità italiana. Incontriamo Michele in occasione della recente pubblicazione nel suo libro “Quel blu di Genova”, edito da La nave di Teseo, e iniziamo la nostra chiacchierata proprio dal suo sodalizio con Gino.

Dove avete trovato ispirazione in 44 anni di carriera?
“Respirando. Cioè vivendo. L'uomo è l'unico animale che vive sapendo di dover morire. Per questo cerca di non perdersi un solo minuto della propria vita. E lo fa nei modi che reputa più consoni in quel momento. Vive secondo gli input che gli dà la vita medesima. E la vita lo sappiamo che ne dà tanti, di stimoli. Belli, brutti, medi, alti, bassi forti, deboli, tragici, meravigliosi. Credo di poter rispondere a nome di entrambi, dato che siamo ormai, diciamo, adulti vaccinati: in questi oltre 40 anni abbiamo preso ispirazione dalla vita. Sia quando abbiamo scritto, in tempi ormai abbastanza lontani, di satira, sia quando abbiamo costruito spettacoli comici, in teatro e in Tv, sia quando abbiamo scritto libri umoristici o raccolto battute firmate da altri, come per esempio nel Formichetti che ormai contiene quasi 8.000 battute. Non c'è come guardarsi intorno da una parte, e imparare a sentire come si è dentro dall'altra, per cogliere ispirazione. Se hai senso dell'umorismo e dell'autoironia, se sei un po' stronzo e altre volte un po' complice il gioco è fatto.

Quanto è importante, in un sodalizio artistico, l'affinità personale?
 
“Se si è in due solitamente nel professionismo succede come nelle coppie d'amore vere. Si incomincia, come nel nostro caso, per affinità diciamo culturali e per vite simili - eravamo studenti universitari - e si fanno cose insieme per divertimento. All'inizio c'è l'entusiasmo della coppia nuova, diciamo il periodo dell''innamoramento'. Poi c'è il lungo periodo della 'convivenza', diciamo abbastanza tranquillo, a volte troppo. Infine c'è la 'vecchiaia' dove ci si sopporta molto meno. Ma ormai chi ce lo fa fare di separarci? Allora, magari come abbiamo deciso noi due, ci si concedono anche lunghe avventure all'infuori dalla coppia. Sia io che Gino scriviamo libri da soli. Lui gialli, io racconti e romanzi”.
 
Anche nei momenti più drammatici dell'emergenza Covid-19, gli italiani hanno dimostrato capacità di resilienza anche attraverso un po' di umorismo. Lei come ha vissuto questo periodo e in che cosa l'ha cambiata?
 
“Molti pensano al concetto di resilienza come a qualcosa molto simile all'adattamento. Per me resilienza significa più reazione all'avversità. Ma senza scontri frontali: Un qualcosa come accerchiare la difficoltà. Circondarla, circuirla. Circumnavigarla. E doppiarla, lasciandola lì. L'umorismo serve. L'autoironia pure, come ho detto. Fondamentale il senso del comico, che poi è l'altra faccia del tragico”.
 
Come racconterebbe/racconterà questi mesi così unici nella vita di tutti?
 
“Non so se li racconterò. Credo che lo faranno in troppi. In troppi ci stanno spiegando come stiamo vivendo e ancor di più ci racconteranno come abbiamo vissuto. A meno che non mi venga un mente un'idea , a mio giudizio, irrinunciabile, non racconterò questo periodo”.
 
Ci racconta la genesi di Quel blu di Genova? In ognuno di noi batte il cuore di un viaggiatore errante e quanto sono importanti i sogni, ai limiti dell'utopia?
 
“Quel blu di Genova è la storia delle due parole forse più conosciute al mondo: pizza e blue jeans. Anzi, è la storia di due amici che si innamorano della stessa ragazza, bellissima e formidabile, entrambi ricambiati. La storia di un amore anomalo e forse non impossibile. Ma è anche la storia della fuga da Milano di due patrioti mazziniani verso Le Meriche, come si diceva allora tra migranti. Fuga su un veliero, anno 1853. È un'idea che mi è venuta pensando a quattro dei miei cinque luoghi dell'anima. Il quinto è Venezia, e non c'è, ma ci vado spesso. Gli altri sono Milano, Genova, New York, San Francisco (nell'ordine di apparizione nel romanzo). Forse sono anche i miei luoghi dell'utopia non realizzata. Però si può cercare di migliorare il mondo che c'è. E allora, perché no, l'utopia da ou-tòpois (non luogo), potrebbe trasformarsi in eu-tòpos (bel luogo). L'etimologia, dal greco, per fortuna resta incerta”.
 
Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano. Cosa la fa arrabbiare di più in generale e in questo periodo?
 
La violenza e il pressappochismo dei social. Anche se qualcuno lo frequento perché sono curioso”.
 
Le è mai capitato di fare satira, o comunque di osservare attentamente, quello che gira intorno al mondo del gioco con vincita in denaro? Che cosa ne pensa di esso?
 
“Nei miei abbastanza frequenti giri americani, proprio nei luoghi che racconto in Quel blu di Genova, ho fatto più volte tappa a Las Vegas, che si trova non lontano da Los Angeles e San Francisco, e attaccata al Grand Canyon. Molti dei miei amici non la amano. Altri la adorano, come me. Perché LV è la sintesi della follia, dello spettacolo, del sogno. Io a girare per hotel, visitare il Ceasar Palace o il Bellagio o il vecchio Excalibur, mi diverto un mondo. È il kitsch che si fa arte. Poi, per quanto riguarda i casino, beh quelli mi incuriosiscono ma li frequento pochissimo e sempre con il denaro contato in tasca. Solo quello che ho deciso di spendere. Che non è mai superiore a una cena per due in un buon normale ristorante. Faccio un patto con me stesso, aiuta a non fregarsi: se perdo salto una uscita al ristorante. Personalmente cerco di evitare ogni altro percorso senza autocontrollo. Ma, per tornare a Las Vegas, che è oltre alla capitale del gioco, anche una capitale dello spettacolo, lì ho visto a teatro gli spettacoli più belli. E non è poco. Anzi a me basta anche solo quello”.
 
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