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Dario Vergassola: 'Il gioco è quel brivido che ti porta a crescere'

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Dario Vergassola ambienta nelle Cinque Terre del Levante ligure le sue Storie vere di un mondo immaginario, ma tratteggia anche l'umanità alle prese con la pandemia.

Cosa avrebbe da dire un girino che abita uno stagno all’arrogante che cerca in tutti i modi di contaminare l’acqua? E cosa pensano davvero le acciughe sui banconi dei bar liguri di questa tradizione alimentare? Com’è, insomma, la vita in questo mondo alla rovescia in cui gli animali e le sirene parlano, si lamentano dell’uomo, lo sfidano e lo contrastano?

 

Le risposte sono tutte nel delizioso libro “Storie vere di un mondo immaginario” edito da Baldini+Castoldi, cinque racconti (illustrati da Mattia Simeoni) che, come si legge nel sottotitolo dell'opera, l'autore, ossia l'umorista e comico Dario Vergassola, ambienta nelle “Cinque Terre” liguri, una delle quali, Manarola, ha dato i natali a suo papà.
“Ho sempre pensato che le Cinque Terre siano un brand, come dicono quelli che fanno pubblicità, e che siano posti molto belli, ma è sempre mancata loro la narrazione, il racconto”, spiega Vergassola nel presentare a Gioco News il suo libro di fresco debutto. “La loro bellezza è rimasta incontaminata e la mia narrazione non è inquinante. È a metà tra fiaba e leggenda. Ho cercato di scrivere una storia per ciascun paese così che se uno ci va può usare questo libro come una piccola guida, e ci ho messo le mie emozioni, in modo omeopatico. In più è successo che un giorno Luc Jacquet, che ha vinto il premio Oscar nel 2006 al miglior documentario, con 'La marcia dei pinguini', un giorno ha letto i miei scritti, un onore per me, e mi ha chiesto, visto che doveva fare uno spettacolo a Trento sull'ecologia, se avevo qualcosa da dargli. Per lui ho scritto il sesto racconto, che è una specie di epilogo finale: racconta di un uomo che va a comprare il pesce al mercato e questo gli racconta che cosa noi stiamo facendo al mare. E Jacquet ha scritto la prefazione al libro, una prefazione da lacrime!”.
Dai polpi alle sirenette mute, dai totani alle acciughe, dai girini bianchi ai limoni belli come il sole, e confusi con esso, al mondo “reale”: quello che stiamo vivendo ora e che subisce ancora il duro colpo della pandemia. Un mondo un po' distopico, dove la natura si è ripresa parte dei suoi spazi e dove non sono più i soli cani ad avere la museruola, ma anche gli uomini, sotto forma di mascherina.
“Gli animali penseranno: finalmente! Per loro è quasi una rivincita. L'estate scorsa, una notte, ho avuto un cinghiale sul tetto. Camminava in un modo che sembrava fosse un trolley. O anche, i daini son arrivati fino alla riva del mare. L'uomo è il pericolo più grosso che esista per la natura. Mangia tutto, va sott'acqua, va per aria, ha inventato le guerre nucleari. E anche il mondo animale starebbe molto meglio senza l'uomo, fatta eccezione per il mio cagnolino cieco. Noi umani siamo arrivati molto dopo degli animali e ce ne andremo molto prima, bisogna vedere in che stato lasceremo il mondo”.

Lei pensa che il Covid-19 ci abbia reso migliori o peggiori? Come ne usciremo? “Ci ha reso quello che eravamo già. Siamo in grado di fare cose orribili. Per esempio, prima c'è stato quel momento romantico dell'ode sanitaria ai medici e agli infermieri, insomma ai poveracci che stanno in corsia, poi molti sono andati in giro senza mascherina, al mare, a farsi lo spritz. E la cosa più terribile è la corsa ai vaccini, dove c'è chi cerca di passare avanti agli altri, e invece andrebbe messo alla gogna nella piazza del paese. Ma del resto noi siamo quelli che per definizione passato avanti alla coda, sia essa quella dell'aereo o del supermercato. Ecco: servirebbe il vaccino contro l'ignoranza”.


Cosa significa essere un umorista in questo momento storico? “Io faccio il cazzaro miracolato, prima ero operaio, anche in quel caso in modo immeritato. C'è chi campa sull'uso della parola. Come me per esempio... basta che non porto pesi e che non faccio traslochi! La pandemia è stata una batosta per chi lavora a teatro, penso ai tecnici, ai musicisti. Questo è un momento drammatico vero perché c'è gente che è allo stremo, che si è dovuta vendere il suo strumento musicale”.

Infine, la domanda di rito: lei che rapporto ha con il mondo del gioco? “Il gioco deve essere quella cosa che crea le amicizie. Come da piccolo: le amicizie te le fai giocando a biglie, tirando le sassate, costruendo una capannetta sugli alberi. Sono quelle amicizie che hanno formato me e gli amici che ho ancora adesso. Il vero gioco sarebbe, ora, quello di togliere il telefono ai ragazzi per un paio di ore e vedere come ciò svilupperebbe la loro fantasia. Il gioco è quel brivido che ti porta a crescere, magari attraverso piccole prove”.

 

 

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