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Raul Montanari, la saggezza degli scacchi

  • Scritto da Cesare Antonini

L'elogio del 'vizio' della solitudine e dà tutte le dritte giuste per diventare uno scrittore: curiosità, rapporto con il linguaggio e, naturalmente, tante letture.

Noir nel genere letterario coltivato, ma non certo nel piglio solare con il quale approccia l'interlocutore. Intervistare Raul Montanari è dunque un viaggio divertente e non scontato alla scoperta della scrittura e dei suoi segreti, ma anche della mente umana e dei suoi meccanismi.

Ma partiamo da “Il vizio della solitudine”, libro edito da Baldini+Castoldi e che è l'ultima tua opera, dal 6 maggio disponibile nelle librerie. In particolare, dal suo evocativo titolo: la capacità di stare soli è un vizio o una virtù e quanto la pandemia ha messo alla prova questa capacità?
“Il vizio non è in opposizione alla virtù, ma al fastidio, al dolore. Quando di un fastidio non ti puoi liberare ne fai un vizio, che ti tieni caro. Quindi, in questo caso vizio e virtù si equivalgono e hanno un significato positivo. La pandemia l'ho vissuta da solo, ma come single sono abituato. Sicuramente non mi ha fatto piacere, ma soprattutto sentivo la solitudine degli altri, come se premesse alle porte, alle finestre, sui social. Il libro però è Covid free: nonostante l'abbia scritto negli ultimi due anni ho deliberatamente scelto di non parlarne. E parla di di una solitudine che il protagonista vive come scelta, come forza, andando oltre il luogo comune che noi siamo portati alla socialità e che dunque la solitudine sia un difetto e una manchevolezza”.
L'Italia è una nazione dalla grande tradizione letteraria. Come giudichi il panorama attuale?
“Fare il confronto tra Italia e resto del mondo è come fare una partita tra Italia e resto del mondo: siamo comunque destinati a perdere. Ma siamo anche abituati a vedere la grandezza lontana, nel tempo e nello spazio, mentre la produzione letteraria italiana è all'altezza di quella di altre nazioni.
Semmai, da noi il problema di fondo è quello della lettura. Noi italiani leggiamo pochissimo, sono pochissimi i 'lettori forti', ossia quelli che leggono più di venti libri l'anno. I lettori occasionali, che leggono fino a cinque libri, magari li comprano al supermercato, e subiscono il gusto dominante anziché imporre il proprio. Nella scuola di scrittura creativa che dirigo, la prima per numero di allievi e di autori pubblicati, la prima cosa che impongo ai miei iscritti è una lista di cento titoli imprescindibili, e che devono essere letti. Se porto a esempio una tecnica letteraria, mi devono poter seguire. E persino nel caso dei miei allievi, è sorprendente notare come almeno la metà abbia alle spalle delle letture insufficienti.
Ma la crisi della lettura è fisiologica: un tempo si pensava che il suo nemico fosse la Tv, e invece è il Pc, il cui aspetto micidiale è l'illusione di essere attivi”.
Quali sono le qualità di base che un aspirante scrittore deve assolutamente avere? “Innanzitutto la capacità di uscire dalla propria vita e la curiosità per quella degli altri. Un poeta può parlare solo di se stesso, ma un narratore ha un'altra vocazione: deve parlare degli altri. Puoi essere Ernest Miller Hemingway ma comunque la tua vita non ti dà sufficiente materiale da raccontare. E devi avere voglia di raccontare la vita di altre persone con la stessa passione con cui lo faresti con la tua.
La seconda qualità necessaria è avere un rapporto particolare con il linguaggio. Scrivere è una lotta continua, è come cavalcare un cavallo indomabile, gli devi dare la strada che vuoi ma alla fine non sarà quasi mai quella che avevi scelto”.
Dove trovi l'ispirazione per le tue opere? Raccontano altro da te o anche un po' di te? “Nei miei libri metto molto umorismo. Sono d'accordo con il filosofo George Santayana: 'Tutto in natura ha un'essenza lirica, un destino tragico, un'esistenza comica' e alla fine di una giornata, se ci pensi, le risate sono sempre più delle lacrime. Quando ero più giovane ero più legato ai temi tenebrosi e alla loro rappresentazione, specie negli anni '90, poi ho inserito questo elemento di comicità”.

Il gioco con vincita in denaro è mai entrato in un tuo libro? “È presente in 'Strane cose, domani', con il quale ho vinto il Premio Strega Giovani, e nel quale il protagonista per un certo tempo si mantiene giocando a poker. Ma la dimensione più presente è quella degli scacchi, di cui sono stato vice campione italiano juniores. La vita somiglia a una partita a scacchi ed essi si prestano a molte metafore. Qualche tempo fa, ho scritto un articolo sulle sette grandi leggi degli scacchi, per dimostrare che sono tutte applicabili alla vita”.
Qualche esempio? “Eccone uno: se giochi con il piano sbagliato può essere che vinci, se giochi senza un piano perderai sicuramente. E ancora: prima del finale gli dei hanno messo il centro di partita, quindi bene essere previdenti ma un eccesso di pensiero lungo probabilmente è sbagliato. Infine: il momento più difficile è quando si è in una posizione vincente, e per concretizzare la posizione vincente occorrono qualità come sangue freddo, precisione, concentrazione, che sono diverse rispetto a quelle che ti hano fatto fare il grande attacco, come coraggio, follia, intraprendenza, fantasia. Questo vale anche in amore, o ancora, citando Barry Lyndon di Stanley Kubrick, le qualità per raggiungere il successo sono le stesse che determinano la tua rovina”.
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