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Giulio Ferroni, il ruolo formativo del gioco

  • Scritto da Anna Maria Rengo

L'analisi del saggista, critico letterario e docente Giulio Ferroni, sul futuro della scuola prestando anche attenzione al ruolo formativo del gioco.

Una scuola per il futuro”, ma che prende lezioni, e che lezioni!, anche dalla pandemia di Covid-19 e da quanto essa ha imposto e fatto subire all'intero mondo, Questo il titolo dell'ultimo saggio (edito da La nave di Teseo) di Giulio Ferroni, professore emerito della Sapienza di Roma, autore di studi sulle più diverse zone della letteratura italiana (da Dante a Tabucchi) e dell’ampio manuale Storia della letteratura italiana (1991 e 2012).

Con il saggista e professore facciamo dunque il punto sulla scuola del futuro, con l'anno scolastico 2021/2022 iniziato finalmente “in presenza”, anche se non senza incertezze. Innanzitutto c'è da vedere se funzioneranno le misure di sicurezza adottate, ma la prima cosa sono le lezioni in presenza, che è determinante e che si spera si riesca a tenere viva. Guardando verso un orizzonte più ampio, quello prevalente non mi soddisfa per niente, in quanto si insiste in maniera totalizzante su un futuro digitale basato sulle discipline Stem (science, technology, engineering and mathematics Ndr) mentre quelle umanistiche sono trattate in maniera subalterna, al massimo come stimolo alla creatività. Invece noi abbiamo bisogno di una comprensione del mondo e delle sue contraddizioni. È impossibile che la digitalità possa risolvere il mondo e dobbiamo formare generazioni che sappiano mettersi in rapporto con l'ambiente in maniera nuova, partendo dalla coscienza del contesto globale. Per il futuro non basta insistere sull'orizzonte tecnologico ma bisogna far sì che scienze e discipline umanistiche possano collaborare intensamente, all'insegna della coscienza e della conoscenza. La vita dei giovani non può essere orientata solo alla funzionalità economica e sul formare il futuro capitale umano, ma si deve operare sulle contraddizioni del mondo che sono all'orizzonte e sulle quali all'inizio della pandemia si diceva di voler intervenire, e invece ora mi pare che si voglia ricominciare come prima e questo è pericoloso”.

Questo anno e mezzo di pandemia che conto culturale e relazionale essa presenterà alle nuove generazioni? Anche se è difficile, questa deve essere un'occasione per trovare un nuovo modo di stare insieme, non solo per consumare il tempo. Una scuola saggia e che sappia entrare nel cuore dei ragazzi dovrebbe, partendo dal rapporto con le discipline più varie, essere capace di creare capacità di condividere concretamente la cultura in tutti i suoi aspetti e contraddizioni. Le classi scolastiche, che difendo sempre da quei pedagogisti che pensano non abbiano più senso, sono una comunità dove persone diverse imparato a dialogare e a convivere, per questo è importante la guida dei maestri, che hanno qualcosa che agli studenti manca ancora: la capacità di mettere in rapporto l'esperienza con la quotidianità”.

Com'è cambiata la fruizione di internet e qual è il corretto uso che se ne può fare, come del resto si è potuto/dovuto fare durante i vari lockdown? Un corretto uso è possibile, guidato dalla scuola, ma l'uso dei social mi pare particolarmente pericoloso. L'insegnamento e l'esercizio scolastico non possono fare affidamento sui social, internet deve essere uno strumento di conoscenza partendo però da esigenze e prospettive più ampie dove sono importanti i libri. Il mondo è solcato da contraddizioni così violente e terribili che il digitale non può colmare: esso rischia anzi di far perdere il senso della concretezza e della materialità della vita”.

Quanto può essere importante la scuola nell'educare a stili di vita responsabili, anche per quanto riguarda la prevenzione di fenomeni di abuso da giochi, videogiochi, alcolici, internet, ecc.? Può esserlo se si crea un dialogo in cui tutti gli aspetti della vita vengono chiamati in causa. Un professore deve far circolare la sua cultura nella concretezza della vita e, ancora, l'educazione civica come materia separata non ha senso, ma dovrebbe essere il risultato dell'uso responsabile delle discipline”.

Il gioco può avere una funzione educativa? Certamente, se è intelligente e non subalterno all'orizzonte consumistico attuale. Il gioco culturale può essere di alto livello, può insegnare ironia, eleganza, bellezza. Con i classici si può anche giocare, anche se non vanno ridotti a icone pop come spesso si tende a fare, per esempio con Dante”.

Da parte di molti c'è stata la percezione di star vivendo un momento epocale, con la pandemia. Lei pensa che sia davvero così? Sì, sono d'accordo. Sento anche la contraddizione di coloro che invece vogliono tornare al punto di prima e che non vogliono confrontarsi con questo crocevia epocale. I politici dovrebbero, con cautela, farlo percepire ai cittadini e ai giovani che vogliono tornare esattamente a com'era prima”.
La pandemia cosa ci ha insegnato? Il fatto che a livello globale e sociale può accadere qualcosa di imprevedibile. Avevamo paura di tante cose, ma di questa no! Poi, ci ha insegnato la coscienza del nostro limite e l'assurdità della volontà di potenza che domina la tecnologia e l'economia contemporanea. L'unico che ha dato voce a questo è papa Francesco, la coscienza più acuta di quanto stava avvenendo è venuta da lui”.

 

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