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Giovanni Kezich, l’Odissea è un gioco di parole

  • Scritto da Daniele Duso

Giovanni Kezich porta a galla tutte le stranezze di un testo amato da generazioni, definendolo una grande sciarada.

L’Odissea è un testo spiazzante. Fa parte della nostra cultura, perché alzi la mano chi non l’ha incrociata sui banchi di scuola, imparando a celebrarne il suo protagonista, Ulisse, come l’eroe che dopo mille peripezie torna a casa liberando il suo palazzo dagli invasori. Ma a un’attenta analisi il testo appare pieno di incongruenze, alcune sin troppo evidenti. Partendo da queste Giovanni Kezich, antropologo e archeologo, ha elaborato la sua tesi nel corso delle 373 pagine della sua ultima fatica, “Ulisse non è lui” edito da Baldini+Castoldi.

Dunque Ulisse, o meglio, Omero, ci avrebbe beffati per migliaia di anni? Che idea si è fatto, secondo la sua ricostruzione: Omero, chiunque egli sia stato, ha realizzato un inganno voluto o si è trovato di fronte a un errore inevitabile? L’Odissea è un best seller di sempre, una delle nostre storie più amate: ma è amata per Polifemo, per le sirene, per la maga Circe, cioè per le meravigliose avventure racchiuse in soli quattro (IX-XII) dei suoi ventiquattro canti. Il resto, quasi non conta: e qui, è la prima stranezza. Seconda stranezza è che fin da subito, accostandoci all’Odissea, ci viene chiesto di prestar fede a una filza di avvertenze preliminari: Ulisse ha impiegato dieci anni per tornare a casa (da Troia a Itaca, sono sì e no 10 giorni di navigazione); Ulisse è tornato da solo (erano partiti in 240); Ulisse non viene riconosciuto da sua moglie e da suo padre, perché è passato troppo tempo… Quando mai la lettura di un libro è preceduta dall’impartirsi di così tanti preamboli? È ovvio che qui, gatta ci cova!”.

Brutte notizie per Dante, quindi. Quell’Ulisse che il nostro Sommo Poeta colloca tra le fiamme dell’Inferno, ma facendone simbolo dell’inarrestabile desiderio di “virtute e canoscenza”, non esiste, non ha identità o, se ne ha, forse non ne ha una sola. Come tutti, Dante non è soddisfatto del finale dell’Odissea, e quindi ne inventa uno tutto proprio. Così, a partire dal canto XXVI dell’Inferno, l’eroe, che per gli antichi era una specie di genio del male, risulta nobilitato davanti a tutta la posterità. Ma è un’idea di Dante, che di odissee, a cominciare dalla propria, ne sapeva abbastanza. Inevitabile che gli fosse simpatico”.

Tornando alla suo lavoro, ci può raccontare da dove ha preso origine? Qual è stato il nodo non risolto di fronte al quale lei ha deciso di dedicare del tempo a un’analisi così approfondita dell’Odissea e approfondire la questione, anche al costo di andare a intaccare dei miti come Ulisse e Omero? Ho tradotto in italiano il libro di un greco autodidatta, Nikolaos G. Livadas (Cefalonia. L’Itaca di Omero, Polaris, 2020) che sostiene, come tanti altri del resto, che l’Itaca descritta da Omero vada piuttosto identificata con la grande isola di Cefalonia, che è vicinissima. A prescindere dalle ipotesi di Livadas, che possono essere più o meno plausibili, sono uscito dall’esperienza di questa traduzione condividendone due aspetti: primo, è che l’opera di Omero non è un fantasy che va ruota libera, inventando di continuo scenari fantastici, ma anzi vuole essere veridica, ovvero ancorata a paesaggi reali e a circostanze asseverabili. Secondo aspetto, è che celato nel poema c’è un sottile marchingegno, una trama nascosta, come quella di un giallo. Perché altrimenti Ulisse e Telemaco, dopo dieci lunghi anni di attesa, dovrebbero incontrarsi per puro caso, presso la capanna di Eumeo, dove giungono a distanza di poche ore l’uno dall’altro?”.

Nel sottotitolo del suo libro l'Odissea viene definita ‘la grande sciarada di Omero alle origini della conoscenza’, in cosa consiste questo gioco enigmistico dell’antico poeta? "Ancora oggi, in molte parti del mondo, la poesia è un rebus un indovinello da risolvere. Così è per esempio in Sardegna dove i poeti improvvisatori descrivono un tema misterioso che si scopre solo alla fine. L'Odissea ripropone molto in grande questo aspetto della poesia arcaica, che noi abbiamo messo in soffitta e dimenticato. Così uno ascolta tutta la vicenda, ed è come se qualcuno o qualcosa gli mettesse la pulce all'orecchio, e gli dicesse: ‘cosa vuol dire tutto questo garbuglio di circostanze incredibili’?"
Questo, per lei, non è il primo lavoro sull’opera di Omero. Pensa che il poeta cieco potrà offrirle in futuro “suggerimenti” per ulteriori analisi? Sì, ho in mente di pubblicare un regesto dei vari rendering soprattutto letterari dell’Odissea nel corso dei secoli, alla luce di un’interpretazione completamente nuova della 'questione omerica', e della distanza abissale che, come notavano già il Vico, Butler, Julian Jaynes e infiniti altri, separa l’Odissea dall’Iliade. Ho già il titolo: 'Odisseografia per principianti'”.
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