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Videogiochi e violenza: Cnu "Niente censura, ma serve formazione e sensibilizzazione"

  • Scritto da Sm

I videogiochi tornano in Parlamento. Soprattutto in relazione alla circolazione e all’utilizzo da parte dei minori di giochi implicanti scene di violenza.

La Commissione Cultura della Camera ha svolto l’audizione informale della presidente del Consiglio Nazionale degli Utenti (Cnu) dell’Agcom, Angela Nava Mambretti, la quale sottolinea: “Come obiettivo abbiamo la tutela degli utenti e in particolare dei minori. Le associazioni dei produttori si sono date una sorta di autoregolamentazione, in base all'età. Sul retro dei videogiochi compare, anche se non in modo molto visibile, una indicazione di utilizzo. L’autoregolamentazione si è tradotta qui in una sorta di consiglio. Una foglia di fico, che però non aiuta il consumatore. Abbiamo visto che per il genitore che vorremmo informato, il consiglio di idoneità non serve per fargli guardare i contenuti. In qualche modo bisogna che si vada a normare la vendita, che sia esplicita la dicitura vietato o non vietato, e che questa cogenza si faccia valere sugli esercenti, con una autoregolamentazione che deve vedere una campagna informativa dalla qualche non possiamo prescindere. Non possiamo continuare a dire responsabilità dei genitori. Senza fare del terrorismo, perché nel campo dell’apprendimento ci sono dei vantaggi che i videogiochi creano, ma ci sono anche dei limiti”, sottolinea Mambretti.

 

LA PRESENTAZIONE DI UNA PROPOSTA DI LEGGE – Secondo il presidente del Cnu “in questa materia oscilliamo da troppo tempo, con codici che stanno rivelando la loro impotenza. Non sarebbe il caso che questo Paese facesse riferimento alla responsabilità sociale di impresa di chi produce contenuti, che deve prendersi la responsabilità di dichiarare per quale fascia di età quel prodotto sia destinato? Presenteremo quindi una proposta di legge sull'autocertificazione che potrebbe introdurre, come nei Paesi anglosassoni, la possibilità dei produttori di videogiochi di dichiarare la fascia di età verso cui quel gioco è destinato, con un comitato ex post che poi controllerà e con delle sanzioni ben precise”.

L'IMPATTO DEI CONTENUTI VIOLENTI – Elisa Manna del Censis sottolinea: “È stato dimostrato che c’è un effetto imitativo di alcuni contenuti violenti per una determinata fascia di utenti (bambini maschi di età piccola e di fascia sociale bassa), ma avrebbero effetti a medio-lungo termine sulla mentalità che da una parte produce desensibilizzazione e da una parte paura del mondo. Questi sono il prodotto anche di altri fattori sociali, ambientali e caratteriali. Non è vero che i videogiochi violenti non hanno effetti. Invece ci sono, sono forti e anche a lungo termine. Questo non ci deve ingenerare paure o far chiedere censure ad alta voce. Ma c’è bisogno intanto di una campagna di informazione e sensibilizzazione. Il 17 marzo presenteremo una ricerca del Censis fatta per il Corecom Lazio dove emerge che c'è una percentuale significativa di genitori che afferma di non ritenere suo dovere doversi occupare di queste cose. La società italiana così come strutturata oggi è fatta in maniera tale per cui la fascia di 35/40enni condivide addirittura la passione dei videogiochi dei figli o compra quelli con contenuti violenti per se stesso, senza considerare la possibilità che i figli piccoli ci possano giocare. Si deve, quindi, puntare a una campagna di media education sui genitori, mettendo in luce i possibili rischi che ci possono essere in alcuni giochi”.  

LA RISPOSTA DELLA POLITICA - Il vice presidente della Commissione Cultura, Ilaria Capua, aggiunge: “Abbiamo un interlocutore, che è l’Aesvi, che ha voglia di affrontare il problema. La proposta di legge va benissimo, ma hanno tempi biblici. Inviterei intanto il presidente Renzi a fare qualcosa e inizierei con campagne informative e di sensibilizzazioni. C’è una intera generazione di genitori non nativi digitali che non conoscono i contenuti di alcuni videogiochi. Senza criminalizzare i videogiochi, bisogna intervenire. Sull’autocertificazione sono d’accordo, ma anche lì è un processo molto lungo. Dobbiamo iniziare con la sensibilizzazione dei genitori e poi con la formazione”.

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